Resilienza, verso la strada per la felicità

In questi ultimi anni il termine resilienza è entrato a far parte del nostro linguaggio comune. Capiamo insieme di cosa si tratta e come questo interessante concetto possa essere spunto per una vita sana e volta al benessere.
Etimologia: RESILIENZA deriva dal latino resalio, iterativo di salio ossia saltare in dietro, salire, risalire. Nella terminologia marinara resalgo indica l’atto di risalire nella barca qualora si fosse finiti in mare per una forte onda o per un urto.
Il termine venne inizialmente utilizzato dalla fisica dei materiali per indicare l’attitudine di un corpo a riacquistare la propria forma iniziale dopo aver subito una deformazione causata da un impatto. Indica quindi elasticità, la caratteristica cioè di alcuni materiali di assorbire molta energia in caso di urto, in contrapposizione ai materiali rigidi che viceversa in caso di impatto assorbono poca energia. Resilienza non è quindi equivalente a “resistenza”, si può dire anzi che indichi il suo opposto, una “non resistenza” funzionale alla sopravvivenza, un piegarsi senza spezzarsi.

Concetto di Resilienza nelle sue applicazioni:
Informatica SISTEM RESILIENCY: qualità di un sistema che gli permette di continuare a funzionare correttamente in presenza di uno o più guasti
Economia: capacità di un’organizzazione, di un azienda di superare uno stato di crisi recuperando il precedente equilibrio finanziario o evolvendo in altro più virtuoso
Biologia: capacità di recupero/rigenerazione di un organismo in seguito ad un attacco batteriologico/virale o a un trauma
Ecologia: attitudine di un ecosistema a riprendersi da un evento catastrofico naturale o indotto (incendi, tempeste, contaminazioni etc)

Anche la Psicologia ha utilizzato il concetto di resilienza come metafora per descrivere la capacità dell’apparato psichico di mantenersi compensato di fronte a gravi esperienze traumatiche, come risultato della combinazione di forza interiore, supporto esterno e capacità di apprendere dall’esperienza.
A differenza dei metalli il valore del termine in psicologia acquisisce una valenza ulteriore. Nei materiali infatti si valuta la capacità di “mantenere” la forma originaria mentre nella psiche, sistema complesso dinamico e plastico, ci si relaziona sulla capacità di evolversi verso un nuovo equilibrio.
L’uomo e la sua psiche non sono elementi semplici ma macchine viventi complesse: benché riparate non tornano mai esattamente come prima del guasto. La cicatrice sarà sempre presente nello sviluppo della personalità, un punto vulnerabile che potrebbe cedere sotto i colpi inferti dalla vita, un’incrinatura che costringerà il soggetto traumatizzato a dedicarsi continuamente alla sua interminabile metamorfosi. Soltanto in questo modo potrà condurre una vita “normale”, bella anche se fragile perché non potrà mai cancellare il suo passato. Ma solo così il ricordo diverrà sopportabile. La resilienza dunque è riparazione ma anche cambiamento, nasce da una frustrazione ma può trasformarsi in opportunità.
Se ben compensato e integrato l’evento infausto e non desiderato diventerà una parte qualificante della nostra persona arricchendo, come nell’arte del “Kintsugi”, il nostro mondo psichico.


Si chiama tecnica del Kintsugi è una particolare arte del restauro praticata in Giappone; quando i Giapponesi riparano un vaso rotto non nascondono i danni nel tentativo di ripristinarne l’aspetto iniziale, ma, al contrario, ricompongono i cocci con un particolare tipo di resina mista a oro che rende visibile ogni singola crepa. Le cicatrici, i segni delle rotture precedenti non vengono cancellati, ma valorizzati nella convinzione che questi rendano il vaso più bello di come era origine.


 

La resilienza in psicologia significa quindi tirarsi fuori dalle esperienze difficili, da quelle situazioni che non avremmo mai scelto di vivere ma ci sono capitate.

Imprevisti della vita che divergono completamente dai nostri progetti e che, probabilmente, non ci saremmo nemmeno mai immaginati di poter affrontare.
L’essere umano è un “idealista progettuale”, proietta cioè il proprio Sé nella dimensione futura e predetermina il suo percorso. Un mix tra ideale dell’io, pressione sociale culturale e vissuto ci porta a vederci realizzati solo nella misura in cui manteniamo un determinato status. Quando sopravviene l’incalcolabile i nostri progetti vengono letteralmente accartocciati sconvolgendo il nostro equilibrio e le nostre convinzioni.
Una grave malattia, l’amputazione di un arto, la perdita improvvisa di un lavoro o la conclusione di un rapporto sentimentale non solo fanno deragliare i nostri progetti ma rischiano di fermare definitivamente il nostro sviluppo.
Pensiamo a che pressione possa vivere una persona che ha sempre desiderato un figlio differenti cause scopra di non poter realizzare il proprio progetto, o ancora, immaginiamoci un anziano che dopo una vita costruita in “libertà” sia stato inserito in una residenza per anziani.
Paradossalmente anche un evento potenzialmente positivo come vincere la lotteria può provocare un trauma qualora il sistema psichico non fosse sufficientemente resiliente. E’ alla cronaca purtroppo la storia di un uomo piemontese che dopo aver vinto parecchi milioni di euro nel 2007 non ha retto al forte cambiamento di vita portandolo purtroppo in pochi anni al suicidio.
Essere resilienti non significa non sperimentare sofferenza o difficoltà per queste condizioni, al contrario, la via della resilienza implica disagio emotivo. Solo stando nella sofferenza l’individuo si rende capace di evolversi e di svilupparsi anche in condizioni di rischio e privazione. E’ proprio il sopportare questo disagio che rende l’individuo capace di evolversi anche in condizioni di rischio o di privazione.
Collins (2009) definisce infatti la resilienza: “capacità di adattarsi o riprendersi dopo delle avversità e sfide, connota la forza interiore, la competenza, l’ottimismo, la flessibilità e la capacità di far fronte in modo efficace alle avversità”.

φ Riflettendo su quanto detto sino ad ora e correlandolo ai percorsi clinici che ho condotto mi sono sempre più convinto che il concetto di resilienza e la sua funzione debba essere sdoganato dalla sola condizione traumatica e inserito nel contesto di vita quotidiano dell’individuo. Una persona deve poter riconoscere la propria resiliente non solo in considerazione ai singoli eventi T ma in relazione alla sua capacità di riuscire a vivere al meglio quello che quotidianamente può essere per lui una piccola o grande sfida.

Chi possiede la resilienza?

Esistono degli elementi genetici e innati che predispongono l’individuo alla resilienza. Questo significa che ognuno di noi parte alla nascita con un corredo psichico preposto per questa funzione. La discriminante non è qualitativa, ovvero hai o non hai la risorsa, ma quantitativa; c’è chi ne ha di più e chi ne ha di meno. Il temperamento del neonato, altro elemento genetico, contribuisce significativamente a modulare le quantità di risorse disponibili adatte al resiliere.
Una volta nato il bambino si trova a confrontarsi con il mondo, che, nel suo specifico, è quasi unicamente composto dalle figure di riferimento familiari. In questa fase, laddove si forma l’attaccamento, le potenzialità genetiche iniziano a prendere forma e dimensione. Più il bambino avrà a che fare con una mamma (cargiver) capace di rispondere ai suoi bisogni, e un ambiente mediamente prevedibile maggiore sarà la possibilità per lui di divenire resiliente. In generale il contesto primario è un predittore importante per ipotizzare buone o cattive risposte a eventi traumatici futuri.


Fattori protettivi a carattere familiari
• Buon clima di familiare
• Coerenza nell’esposizione alle regole
• Supporto parenti e fiducia percepita
• Capacità di avere una comunicazione non ambivalente


Gli studi inoltre ci indicano che i PRIMOGENITI ne sono più equipaggiati.

Avere un modesto corredo “resiliente”, situazioni familiari avverse, non ci rende però spacciati davanti all’imprevisto. Lo strumento “R” non è statico, muta si aggiorna, si rinforza o si avvizzisce attraverso le esperienze della vita ed il nostro modo di percepirle e affrontarle.
Si può essere infatti resilienti in un determinato momento della vita e in un altro no, per un tipo di evento e per un altro no.

Pensa ad un giocatore di calcio molto dotato tecnicamente e fisicamente, con enormi prospettive e potenziale. Per lui inizialmente la strada sarà tutta in discesa, Con le alte aspettative però arrivano le pressioni, la frustrazione mai percepita prima. Possibile questo influisca fortemente nella carriera del giocatore. Demotivato potrebbe allenarsi in modo superficiale compromettendo i rendimenti e la sua tenuta fisica. Infortuni, reazioni fallose, perdita di controllo possono facilmente condurre il baby fenomeno all’insuccesso o al forte ridimensionamento dei propri progetti: talento sprecato!
Immaginati poi un giocatore con modeste doti, che durante ogni allenamento, per superare i propri limiti, ha dovuto dare il massimo, che ha sempre pagato caro ogni suo miglioramento. E che è abituato alla fatica e alla frustrazione. La sua grinta e la sua determinazione lo può portare molto in alto sin dove altri non possono arrivare. Pensate ai Nostri campioni del mondo 2006, certamente qualcuno vi verrà in mente!

Nel 1955 Emmy Werner condusse per la prima volta uno studio longitudinale riguardante la resilienza nelle scienze umane. Osservò la crescita e lo sviluppo di 689 neonati nelle isole Hawaii esposti a forti fattori di rischio ambientale (indigenza, analfabetismo, dipendenze dei genitori). Da adulti un terzo di questi bambini era riuscito a riscattarsi socialmente e psicologicamente. Questa ricerca ha aperto la strada a numerosi studi che hanno confermato l’importanza dell’ambiente primario e dell’attaccamento ma hanno anche riconosciuto l’opportunità che fattori di altra origine possano colmare o addirittura elevare a risorsa le lacune del passato.
Chi ha fruito di un attaccamento sicuro è capace di farsi amare e diviene egli stesso motore dell’attaccamento, spianando la strada a rapporti stabili e di reciprocità. Per chi ha vissuto invece altri tipi di attaccamento, evitante, ambivalente o disorganizzato, aumenta la vulnerabilità in caso di trauma, vedendo diminuite le possibilità di fruire di tutori dello sviluppo alternativi. Il bambino evitante non gratifica l’adulto, quello ambivalente lo esaspera, quello disorganizzato lo scoraggia.
Ciò che sorprende però sono i casi di metamorfosi più evidenti che riguardano proprio i bambini esposti ad attaccamenti più fragili. Il minimo cambiamento contestuale infatti cambia le acquisizioni dei bambini: le relazioni coniugali evolvono, i referenti cambiano, le madri se sostenute adeguatamente evolvono, le famiglie possono migliorare le proprie condizioni socio-economiche, le istituzioni possono proporre altri tutori a questi bambini fragili. Insegnanti, parenti, allenatori, educatori e psicologi possono fornire al bambino un esperienza emotivo correttiva tale da permettere in loro un cambiamento resiliente. Un ambiente ricco di diverse fonti di attaccamento aumenta i fattori di resilienza. Un bambino non è resiliente in sé, per diventarlo deve trovare un oggetto adeguato al suo temperamento. E’ possibile essere resilienti con una persona e non con un’altra, riprendere il proprio sviluppo in un ambiente e crollare in un altro. La resilienza è un processo possibile in qualsiasi momento purché la persona in evoluzione trovi un oggetto rassicurante. Così, in ogni fase dello sviluppo, i processi di resilienza devono essere rinegoziati. In definitiva la resilienza ha caratteristiche innate ma cresce si sviluppa ed è fruibile in base all’esposizione graduale alle difficoltà da superare e alle risorse esterne su cui poter contare.
La cosa peggiore che un genitore può fare e risolvere anticipatamente i problemi dei propri figli “tirar via le castagne dal fuoco” Liberamente ispirato al pensiero di Maria Montessori

Occorrono 2 colpi per provocare un trauma: il primo è l’evento reale provoca ferita delle dinamiche interne, il secondo, riflesso del primo, è rappresentato dalla sofferenza, dall’abbandono, dall’umiliazione dalla sensazione di inferiorità diversità rispetto lo sguardo degli altri, collocandosi nello spettro delle dinamiche relazionali (il suo significato). I processi di resilienza di un bambino ferito devono essere continuativi e seguire un preciso percorso: – un’accoglienza tempestiva successivamente all’aggressione – un luogo per esprimere le rappresentazioni del trauma – la possibilità di risocializzazione. Boris Cyrulnik “resilienza come modalità elaborativa del trauma”.

Come poter riconoscere una persona resiliente e quali sono i comportamenti da prendere come esempio?

Dovessimo tracciare un profilo della persona resiliente lo descriveremmo come un individuo dotato di un buon temperamento, autonomo, che abbia competenze relazionali e sociali, che sia in grado di richiedere aiuto qualora lo necessitasse. Inoltre, riconosceremmo in lui self control e locus of control interno “credo di essere protagonista e attivo nella gestione della mia vita”, fiducia nelle proprie competenze e un buon rapporto con le emozioni. Altre due caratteristiche tipiche delle persone con alta resilienza sono la capacità di riconoscersi fallibili “posso permettermi di sbagliare” e la propensione a “sedurre con critica“, faccio in modo di piacere agli altri ma non mi vendo”. Quest’ultima modalità contribuisce a creare una buona e ramificata rete sociale, una rete che in caso di cadute possa supportare il peso dell’individuo e concedergli l’elasticità per rialzarsi senza gravose rotture. Altri elementi potrebbero riguardare la propensione a mettersi in gioco, all’accogliere le sfide, al sentirsi absolut beginner “apprendisti di vita” e nel saper accogliere i risultati del proprio operato.

La psicologia positiva inoltre ci indica che gli ottimisti tendono ad avere un più sviluppato pensiero laterale, questo permette all’uomo che ne possiede i requisiti di vedere le cose in modo non convenzionale e rigido, andando oltre il problema e abbracciando le possibili soluzioni. Non è difficile capire come questa modalità incentivi il coping, parte integrante del corredo del RESILIENTE
COPING: strategie volontarie di adattamento messe in atto per fronteggiare i problemi della vita.

Icone di resilienza:

Frida Kalo la sua malattia, i suoi vissuti divengono il simbolo di salvezza e redenzione nella consapevolezza che di fronte alle grandi difficoltà della vita ci si può arrendere oppure diventare portatori di speranza e costruttori di un nuovo futuro.

L. W.Beethoven, in giovane età perde gran parte delle sue capacità uditive. Nel suo testamento spirituale (Heligenstadt), scritto a 30 anni, dice: “tutti voi pensate chi io sia scorbutico… cattivo…perché sfuggo.. il problema è che da alcuni anni sto diventando sordo.. da questa esperienza indesiderabile io ho capito cosa è la musica… qual è il compito della musica.. del musicista.. come questa disgrazia sia un’occasione di fare di questo evento un evento del mio spirito, la mia sordità mi ha concesso più di quanto mi ha tolto” .

Alex Zanardi dopo un grave lutto familiare (sorella morta nel 79) nel 2001 ebbe un incidente stradale durante una competizione sportiva che lo amputò di entrambi gli arti inferiori. Egli descrisse questo evento traumatico una delle più grandi opportunità della sua vita “quando mi sono risvegliato
senza gambe ho guardato la metà che mi rimaneva, non quella che non c’era più^. Oggi è un campione paraolimpico, ha ricevuto molte onorificenze nazionali e internazionali

Mohatma Gandhi, modesto e timido studente di giurisprudenza viene a contatto con i pregiudizi e le discriminazioni raziali. Questo duro colpo cambia completamente la sua vita, sente di avere una missione e scopre in se grinta e determinazione. Oggi è riconosciuto come “padre della nazione” in India e universalmente elevato a figura simbolo della lotta ai valori civili e umani.

 

 

Nella cinematografia il film “La ricerca della felicità” può essere considerato un emblema della resilienza. Will Smith, interpretando Chriss Gardner, un magnate di Wall Street partito dal nulla, ci regala 1 ora e 57 minuti di positività e forza d’animo. Chriss al figlio: “non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa.. se hai un sogno tu lo devi proteggere.. se vuoi qualcosa vai e inseguila”

Gaetan Matarazzo (Dustin) una delle stelle della serie televisiva rivelazione “Stranger Things” nasce con una rara anomalia genetica [displasia cleidocranica] che lo porta, tra le altre cose, a non aver sviluppato dentatura permanente. Non solo il giovane attore non si è relegato in casa, schiacciato dal timore del giudizio o dalle sue difficoltà, egli è divenuto icona di riscatto e di forza mostrando il suo sdentato sorriso a milioni di persone, divenendo con la sua bravura e peculiarità partecipe del successo della serie.

Buster Keaton stella del cinema muto degli anni 20 vedo la sua carriera al tracollo una volta introdotto l’audio nelle pellicole e l’intervento delle grandi case di produzione. Dopo un intenso periodo di crisi riesce a rimettersi in gioco e tornare sui set riabbracciando la sua passione. Diverrà poi un pioniere del piccolo schermo riconoscendone tra i primi le potenzialità mediatiche.

Ψ Ognuno di questi personaggi è stato capace di guardarsi attorno, di cogliere le occasioni e investire – rischiare per vincere. Ognuno di loro è stato capace di vivere la frustrazione, la deprivazione o il fallimento come molla per accedere ad altro, di diverso ma forse anche più prezioso.

Come sviluppare le competenze “R” che risiedono in noi?

Come detto, per quanto la resilienza abbia connotazioni innate non si nasce capaci di resiliere ma ci si allena e ci si forma ad esserlo. Nel concetto angolosassone questa competenza è diventata una qualità da rinforzare o addirittura da costruire attraverso tecniche psicopedagogiche e modelli formativi.
E’ indubbi quindi che, oltre ai genitori, un ruolo chiave per sviluppare questa capacità debba essere assunto dagli insegnanti, dagli educatori e allenatori e più in generale dalla società.

“La resilienza può anche essere definita come un processo di adattamento alle avversità che può essere sviluppato ed imparato” (Ahern 2006) Dobbiamo insegnare a trovare in sé stessi, nelle relazioni umane, nei contesti di vita, gli elementi e la forza per superare le avversità e per contrastare gli effetti delle patologie.
Detto questo ognuno di noi “attivamente” può allenarsi a sviluppare questa competenza. E’ importante non aspettare gli eventi negativi per riconoscersi o meno resilienti, più ci si prepara maggiore sarà la nostra capacità di adattamento.
Possiamo riconoscere tre aree principali su cui andare ad intervenire per accrescere la “R”: Empatia; Empowerment; Tolleranza.

Empatia: impariamo a riconoscere le nostre emozioni, a nominarle, a non sfuggirle attraverso atti compensatori (mangiare, distrarsi, occuparsi in faccende). Alleniamoci a condividerle, a mentalizzarle, ad esporci gradualmente all’Altro. Consolidati questi passaggi prepariamoci ad accogliere, a riconoscere in chi ci sta vicino gli stati d’animo, facciamolo con il silenzio e l’ascolto attivo. Viviamo il vissuto dell’altro come se fosse il nostro. Divenire empatici ci permette di creare una rete sociale su cui contare, di condividere i pesi e le fatiche della vita, di affidarsi, in caso di necessità senza il timore di essere rifiutati o peggio sfruttati. Gli studi inoltre dimostrano che persone esposte a traumi che successivamente si sono adoperate per il sociale o per supportare altre vittime (vedi parenti delle vittime delle torri gemelle; superstiti dello tsunami) hanno superato l’evento con maggiore facilità e completezza.

Empowerment:
autoconsapevolezza di sé e del controllo delle proprie scelte, decisioni, azioni.
Autoefficacia percepita o autodeterminazione.
Durante i normali contesti di vita bisogna imparare a “stare nel mezzo” nell’asse Onnipotenza – Impotenza. Lavorare sulla potenza relativa ci aiuta a riconoscere e accettare i limiti, ciò che non possiamo cambiare e che non dipende da noi, creando il terreno per quello che possiamo modificare, soprattutto in noi, affinché la situazione si modifichi.
Non posso impedire o escludere che nel mondo ci siano malintenzionati o possibili aggressori, posso però allenarmi ad essere pronto/a a mostrare fermezza e autocontrollo, capacità di reagire attraverso atti evasivi o difensivi. Come per i predatori in natura i cosiddetti sex offender scelgono spesso vittime apparentemente deboli, insicure, senza protezione. Mostrare autocontrollo già di per se scoraggia il molestatore e previene spesso possibili abusi.
Questa modalità ci aiuta a far emergere risorse latenti e appropriarsi consapevolmente del proprio potenziale. Una delle conseguenze del potenziamento dell’Empowerment riguarda inoltre il potenziamento della capacità di riconoscere ciò che è superfluo da ciò che è importante.
Un contributo a quest’area potrà inoltre essere offerto dalla capacità di riconosce i nostri successi, quello che siamo stati in grado di fare nel passato, a premiarci per le fatiche trascorse e ad accettare i complimenti e i riconoscimenti degli altri “ho già affrontato nel passato cose difficili, le ho affrontate e visto che sono qui, le ho superate”.

Tolleranza
Dobbiamo allenarci ad esporci gradualmente a ciò che non possiamo controllare completamente, ad accogliere le sfide, ad abbracciare le nostre paure.
Impariamo a darci macro e dei micro-obiettivi, diamoci scadenze e momenti di autovalutazione in cui poter comprendere se mantenere o modificare la nostra strategia. Anche il fallimento è essenziale per poterci sentire autentici, dobbiamo poter sbagliare e questo sin dalla nostra infanzia significa investire nella felicità dei nostri figli. Non farlo significa, per lo meno, negare le nostre fragilità. Metaforicamente questo significherebbe costruire un castello su di una duna di sabbia, alle prime vere difficoltà ci troveremmo schiacciati dalle rovine.
Con il passare del tempo ci abituiamo ad una zona di confort da cui siamo restii a staccarci. Maggiore sarà il tempo di permanenza maggiore sarà la nostra atrofia ad adattarci a nuovi contesti.

Esercizi pratici per aumentare il fattore “R”

Esci dagli automatismi: almeno una volta alla settimana esegui un compito quotidiano in modalità alternativa: cambia strada per andare al lavoro, inizia a rassettare casa partendo da qualcosa che normalmente lasci nel mezzo, fai una colazione differente o mettiti in condizione di sperimentare cose nuove.
Impara a delegare: permetti a chi ti sta a fianco di fare qualcosa che rientra nei tuoi normali esercizi, non intervenire ne giudicare, lascia che sia questa persona metta sé stessa al posto tuo. Dovesse commettere errori ringraziala in egual modo e decidi o di offrire delle critiche costruttive o di trovare un’altra persona che possa avere il suo posto.
Concentrati su quello che fai, soffermati su cosa per te risulta importante e cosa per te secondario o superfluo. Quando prendi una decisione elenca mentalmente o graficamente ciò a cui sei disposto a rinunciare (deve essere sempre presente) e ciò per te risulta prioritario.
• Quando accadono avvenimenti negativi, non controllabili, soffermati su cosa puoi apprendere da ciò che è accaduto facendo attenzione a cosa è in tuo potere modificare e cosa no (gli altri non sono modificabili!). Una buona modalità è fare dei cartelloni che con una parola o con un disegno simboleggino il tuo apprendere.
Prepara delle frasi MANTRA che ti serviranno nel momento del bisogno, lega a loro sensazioni positive, memorie dei tuoi successi o della tua forza ad affrontare le difficoltà passate. Ponile nel portafoglio e tirale fuori ogni volta che ti serviranno per ritrovare fiducia in te o buoni consigli.
• Mettiti in condizione di risolvere problemi nuovi o vecchi con modalità alternative. Fai un resoconto delle tue missioni e premiati ogni qualvolta ritieni da aver superato un ostacolo.
Parla con il tuo bambino interno, con la parte più fragile che c’è in te, permettile di uscire e di essere accolta dal tuo Adulto. Crea delle vere e proprie zone intime in cui riallacciare o consolidare il rapporto tra le parti del tuo Sé.
Evita le giustificazioni, di cercare la colpa in altri, di ritenerti sfortunato, di invidiare, di lasciare spazio a gelosia e rancori. Annotali in un taccuino dovessero apparire così che non sia più necessario ripeterli. Una volta fatto concentrati su cosa è possibile migliorare nel tuo atteggiamento per affrontare al meglio l’accaduto e, senza distrazioni, riconosciti parzialmente potente.
Costruisciti l’esercito dei GURU, trova persone che stimi e che reputi capaci in questo o in quell’ambito, annotale e parlaci come se fossero parte di te, falle emergere ogniqualvolta ritieni di dover affrontare una sfida in cui la loro competenza o dote possa risultarti utile.
• Cerca di fermarti almeno una volta al giorno. Dedicati a riconoscere cosa in quel momento ti fa felice, elencali come se fosse una preghiera.

Ψ Questa semplice ma efficace modalità ti permette anche di riconoscere i livelli di distress a cui sei esposto. Più avrai difficoltà a svolgere questo semplice compito più sarà evidente il bisogno di recuperare forze e energie. Dovessi pensare sia tempo sprecato ricordati che il cortisolo (ormone che si attiva in caso di emergenze “non ne posso fare a meno”) a lungo andare produce sintomatologie fisiche o psichiche severe!

 

Il successo non è mai definito, il fallimento non è mai fatale, è il coraggio di continuare che conta.
W. Churchill

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *